L’Osservatore Romano – 2,3 novembre 2013

L'Osservatore Romano

 Coercizione e umanità degradata al convegno in Vaticano 

La schiavitù moderna ai raggi X

di Giulia Galeotti

Oltre ventisette milioni di persone questa mattina si sono svegliate essendo non esseri umani ma schiavi moderni. Un dato atroce in costante crescita: il traffico di donne, uomini e bambini (attualmente la terza fonte di reddito per la criminalità organizzata, dopo la droga e le armi) è fenomeno che interessa ormai pressocché ogni Paese del mondo, coinvolto in quanto terra di origine, di transito o di destinazione delle vittime.
E se i trafficanti sono per lo più maschi adulti, cittadini del Paese in cui operano, le vittime sono invece per la gran parte di sesso femminile: circa il 60 per cento delle vittime adulte sono donne; su 3 vittime minorenni, 2 sono bambine; il 75 per cento delle vittime complessive (tra minorenni e maggiorenni) sono donne e bambine. Tutto ciò sta emergendo dalle relazioni presentate al convegno “La tratta delle persone: la schiavitù moderna. Le persone indigenti e il messaggio di Gesù Cristo”, in corso alla Casina Pio IV in Vaticano, organizzato dalle Pontefice Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali, con la collaborazione della Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici. Dalle relazioni emerge un quadro preciso: i fattori economici da soli non sono in grado di spiegare tutto il fenomeno, ma vanno combinati con altri imprescindibili elementi.
Povertà; disoccupazione o sottoccupazione; basso livello di istruzione; situazioni di grande solitudine e di disgregazione familiare; pacifica accettazione del fenomeno da parte sia delle autorità locali (polizia, medici, magistrati), sia delle famiglie delle vittime. Del resto, la gran parte di costoro non sono le persone più vulnerabili in assoluto. Sono sì persone povere e bisognose, ma sono persone in salute e di bell’aspetto, persone che hanno aspirazioni più elevate rispetto a quanti non sono disposti a lasciare la loro terra di origine, ma che vogliono migliorarsi. Tra gli altri fattori di rischio, gioca a sfavore delle vittime il fatto di vivere di vivere in regioni con un rapidissimo tasso di crescita, prive di normative contro la tratta, dominate dalla criminalità organizzata. Colpisce, del resto, il bassissimo numero di condanne per traffico di persone: la complicità delle autorità locali è altissima. E colpisce anche che il fenomeno, tutt’altro che recente, abbia iniziato a essere criminalizzato a livello internazionale solo a partire dal Duemila.
Tra i tanti aspetti analizzati con grande attenzione al convegno ce n’è uno particolarmente urgente: per le vittime che riescono a uscire dalla tratta, vi è vita sociale dopo la morte civile? “Nina, ci vogliono scarpe buone, pane e pane e fortuna e così sia – cantava Ivano Fossati nel 2003 – ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia a un’altra che non ci vuole”. Le vittime che riescono a liberarsi, rimangono straniere in terra straniera? Possono davvero dimenticare il loro passato e riiniziare? Non lo sappiamo. Non sappiamo nulla della loro vita dopo la morte sociale. La strada contro la schiavitù moderna è ancora tutta in salita.

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